Lettura letteraria del film
In seguito alla trasmissione de "Il giovane favoloso" mandato in onda su Rai 3, qualche giorno fa, colgo l'occasione per esprimere qualche piccola osservazione a riguardo. Non è la prima volta che vedo questo film, anzi proprio l'averlo rivisto, a distanza di tempo, mi permettere di criticarlo un po'. Ricordo ancora l'entusiasmo che mi spinse: era l'estate del 2014, precisamente metà Luglio. Un omaggio al più grande autore, forse, della letteratura italiana moderna. La mia ingenuità era seguita inoltre anche da un bel "malloppo" da 12 cfu per il mio primo esame di letteratura italiana all'università: programma monografico I Canti di Leopardi.
Ero così presa da questo autore, così innamorata della sua grandezza ed entusiasta. La mia mente provava ad immaginare quel mare dell'infinito mentre, oltre ad apprezzare gran parte della sua produzione, leggevo parti dello Zibaldone e saggi critici del maggiore studioso di Leopardi: Blasucci.
Alla base di tutto ciò, ricordo ancora le frasi del professore a lezione: "Il luogo comune vuole Leopardi pessimista. Aveva ben tanti motivi per denigrare il mondo che lo circondava. In verità era pieno di vita, desiderava vivere, andare oltre. La letteratura la viveva."
Infatti Leopardi andava davvero oltre, solo grazie alla sua mente. Importante per lui era la grandezza dell'immaginazione. Solo questa, esprimibile nella poesia, allontanava l'uomo dal tedio e dall'orrore della realtà. Per poter rimediare allo stato di insoddisfazione, che è perenne nell'uomo, si fa ricorso anche alle illusioni. Soddisfacendo piccoli piaceri l'uomo si illude della felicità. Questa non esiste perché succede un nuova nuova insoddisfazione che vuole essere placata. Nella poesia e nella grandezza degli antichi viveva la forza del nostro poeta. La realtà che ci circonda oscura l'immaginazione e i sogni che sono vivi nei fanciulli. Questi ultimi sono un po' come gli antichi, a cui bastava una semplice spiegazione mitologica per qualsiasi fenomeno, vivendo in un modo migliore.
Nella poesia di Leopardi non c'è follia, ma sensazioni vere, provate, come ne l'Infinito.
Due parole, anche un pò contrastanti, mi vengono in mente dopo aver visto questo film:
- gioia: per aver omaggiato un autore così grande;
- delusione.
Nonostante io apprezzi la volontà e la passione che avrà contraddistinto il regista, Mario Martore, e il nostro attore protagonista, Elio Germano, posso dire che, ancora una volta, il grande genio dell'infinito è dipinto secondo tesi di stampo scolastico: depresso e sfigato.
Credevo che la collaborazione con personaggi, tra cui studiosi, potesse portare a un qualcosa di più elevato, a sfatare magari proprio quel comune pensiero.
Mi sono sentita un po' offesa perché credevo in un qualcosa di speciale (scusate l'ingenuità dei miei vent'anni), non negando, ripeto, la volontà esposta nell'attore e nel regista. Non sono nessuno per criticare e martoriare l'operato altrui, la fatica e il denaro messo in gioco, però mi aspettavo qualcosa di più.
Cosa rimane da questo film? Come spiegare a chi non studia letteratura che tutto ciò non è propriamente vero? Nel pensiero Leopardiano c'è una grande filosofia, che non si può inscatolare così.
Ad esempio: far vedere che lui sorrideva a Teresa Fattorini significa ancora una volta portare avanti, nel pensiero della gente, l'idea che lui amasse quella donna. Leopardi non fissava a caso quella finestra e non rimase sconvolto dalla morte della ragazza così per caso. Il capitolo dedicato a questa donna si chiude così. Abbiamo dimenticato un pezzo importante della sua vita: abbiamo dimenticato la poesia A Silvia scritta a Pisa nel 1828. Firenze, città sicuramente importante, ma credo che lo fosse molto di più Pisa.
La produzione poetica Leopardiana, si divide in due parti, potremmo dire:
- le composizioni Recanatesi
- le composizioni Pisane
Proprio a Pisa ritrova la sua poesia. La sua felicità si espresse nel momento in cui lo comunicò alla cara sorella Paolina. Avrei preferito che molte scene venissero tagliate, e mi riferisco alla seconda parte del film, dedicata alla vita di Leopardi come poeta affermato e lontano dalla casa del padre Monaldo. Poco sviluppo circa quel passaggio verso la filosofia, verso quel poetare che dall'infinito si ripercuote per tutto il resto della produzione. Maggiore spazio magari alle pagine dello Zibaldone o in generale al pensiero, evitando così scene squallide come l'incontro con una prostituta nella zona malfamata di Napoli. Non voglio sicuramente negare quanta sofferenza ci fosse comunque nella vita di Leopardi ma ridurre il tutto ad una concatenazione di scene poco chiare o quasi conclusive le une dalle altre mi sembra povero. Si poteva spingere di più sulla grandezza del poeta. Far capire allo spettatore che oggi Leopardi non è morto invano anzi la sua tanto sfigata produzione è divenuta fra le più importanti della modernità.
Mettendo da parte queste contestazioni, vorrei aggiungere dell'altro. Credevo che un film non potesse durare più di novanta minuti. Certo che ci sono film che superano questo limite, ma credo che centoquarantacinque minuti sia un po' eccessivo. Tutto rispetto per Leopardi (che io amo) ma ad un certo punto il desiderio di spegnere era più forte.
Concludendo, il potere di un mezzo così espressivo come la cinepresa non ha portato a risultati elevati. Mi rendo conto anche della difficoltà che ci possa essere nel raccontare un grande autore, così complesso per giunta.
Mi reputo fortunata ad aver seguito quel corso all'università. So davvero come è Leopardi e posso dissentire dall'immagine prodotta. Semmai qualcuno volesse conoscere a fondo la figura di questo poeta, non consiglierò la visione di questo film. Potrebbe ingannarlo. Piuttosto confezionerei in una carta regalo I Canti con infisso sopra dedica e indirizzo di destinazione.

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